Giuseppe Cavallini

 

biografia e mostre


12/> 30/11/05


 “la Storia agisce con maggiore chiarezza proprio dove è rifiutata” o Della Scultura di Giuseppe Cavallini

( da una recensione di R.Bellini )

…Vedo (…) intorno all’artista sparsi elementi del suo mondo e sempre, puntualmente, segni d’una ironia impagabile, delicata, sottile anche quando accarezza l’erotismo più torrido, anche quando bordeggia la tragicità più feroce, poiché questo è il suo carattere, il carattere di Cavallini, quest’artista che pare aver fatto suo il noto aforisma Barthesiano: “la Storia agisce con maggiore chiarezza proprio dove è rifiutata”.

“Le immagini di Giuseppe Cavallini posano stranite nella loro minacciata allucinazione d’improbabili riflessi del quotidiano” ha scritto di lui Franco Solmi. Ed è cosa che sussiste tutt’oggi. Ne ho conferma in Pegaso-2002. Egli tuttora “sembra riproporre i paradossi linguistici che ritrovi nel dialetto, nelle strade o sotto i portici della ‘dotta’ Bologna, città storicamente colta eppur sempre greve, ammiccante, barbara in troppi dettagli per poter gareggiare, poniamo, con la metafisica nudità di Firenze” come scrissi io pure, nella sua animatissima opera plastica. Me lo conferma ora L’inquilino cretese-2003.
Di Cavallini altri ha scritto, talvolta, cosa egregia, rivelando, di volta in volta, questo o quel profilo suo di artista multanime eppur sempre rivolto ad un unico centro e sottilmente ironico, sempre perversamente e felicemente allusivo. Il soggetto del suo “fare” è la figura umana, maschile e femminile, che si lascia contaminare dall’equivalente fantastico: valchirie, angeli, elfi, satiri. I suoi soggetti, le opere che li incarnano, sono anch’essi-esse “allusivi d’altri soggetti” (ancora me stesso).
Lo sono, direi, in crescendo: vedi un’elegante, bella fanciulla, corpo flessuoso (moderno, sembra una modella di Dolce & Gabbana) che si china plasticamente in avanti, ma è una Ninfa alla fonte-2003 che si china flettendo dolcemente le gambe, per bere, ad una fonte-totem, munita di cattiva-divertente bocca da cui pare sgorgare l’acqua; bocca oscena-allegra che è un membro eroticamente eretto in memoria, parrebbe, d’un antico rito bacchico, ovvero simbolica ricapitolazione della ‘caduta degli dei’ oggidiana; vedi, ancora, un piccolo Ercole – Il portauovo-2003 – che si solleva, in bilico su un magnifico piano inclinato sorretto da palafitta ferrea, secondando postura michelangiolesca (sempre le attitudini delle figure di Cavallini sono auliche e rivelano, a saper vedere, fonti o modelli alti, raffinati), mentre si sforza di sostenere un grand’uovo di struzzo. La pesantezza della leggerezza, la ridondanza dell’apparenza, che altro ancora? Non è forse una scherzosa metafora d’oggi? La regina delle zucche-2002, come dire, così degasiana e daumerieriana ad una, come pure così gaugieniana, racchiude in sé un’identità pungente ed unica, parendo quasi il contraltare del bozzettistico “fare” del grande Libero Andreotti, scoperto da Ojetti, protetto da Carpi, scomparso dalla scena dell’arte troppo presto e recuperato a questa di recente, da Sgarbi e company.
Si potrebbero ipotizzare altri scontri-confronti con artisti di ieri e di oggi non troppo scontati, anzi spesso inusuali, segreti; si potrebbero azzardare-verificare attraverso l’esame accostato, partecipante, di questi piccoli capolavori, dei loro fratelli più grandicelli (la massima misura supera di poco i settanta centimetri) che più ancora dei grandi formati (opere di più ampia complessione: dalla scala naturale o 1:1 d’uomo, al monumentale e gigante) mostrano l’elegante-raffinata,criptica-giocosa paradossalità linguistica di Cavallini. Scopo? Divertirsi. Del resto, tocca anche a noialtri, è offerta pure a noi la possibilità di divertirsi, per esempio nello scoprire, familiarizzando con questa o quell’opera sua, i termini paradossali d’un tale o tal altro confronto ironico che Cavallini viene adottando, caso per caso, attraverso elaborati sottintesi e doppi sensi..
Nel mettere infine a fuoco l’autentico soggetto delle sue opere, che sfugge sempre al primo e tutto evidente-esteriore significato, ecco che questo divertimento visivo raggiunge, può raggiungere il suo acme. Insomma, dietro ogni invenzione plastica, questa o quella fremente e viva figura di Giuseppe Cavallini che narra una rappresentazione ferocemente ilare, paradossalmente sensuale-erotica, si cela, ma soltanto a metà, una trasfigurazione del mito. Dei riti e dei miti della modernità, suggerirebbe Roland Barthes. Trasfigurazione e spaesamento, sovrapposizione e altro sono, allora, le parole che devi adottare nel tentativo di descrivere quello che accade, di fatto, nel tuo sguardo a mano che vieni mettendo meglio a fuoco le singole sculture. Esse, mescolando il piano semantico e quello formale, producono piccole esplosioni degli occhi, scoperte e massacri allegri, d’una rara delicatezza.
Questo è il Beppe Cavallini ch’io ritrovo oggi, più maturo e ricco, più feroce e allegro, più saggio e artista che mai. C’è, è vero, una qualche ostentazione nella sua scultura, dato che essa deve segnalare qualche cosa, ma qualche cosa che, poco a poco, si svela essere diversa dal suo contenuto apparente e dalla sua forma individuale. Ecco perché essa si impone come Arte!